Torso di Brindisi

Il restauro del torso di Brindisi

 Marcello Miccio

 Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana

La consolidata esperienza del Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica per la Toscana nel campo degli interventi di conservazione e d’indagine su grandi bronzi antichi, ha fatto sì che il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali affidasse alle cure dei Centro stesso due tra i più rilevanti e cospicui reperti del complesso di materiali bronzei rinvenuto nel mare di Punta del Serrone presso Brindisi.

Torso di Brindisi
Torso di Brindisi

Fig.1 – Ritrovamento della statua di togato e del torso virile.

Subito dopo il recupero, avvenuto nel settembre 1992, le due sculture (un torso virile nudo ed una statua di togato) sono state trasportate a Firenze nelle condizioni di rinvenimento, ossia permanentemente bagnate, ed ospitate presso il Centro di Restauro, ove sono state immediatamente immerse in vasche con acqua demineralizzata. E’ così iniziato per entrambi reperti un primo, lungo processo di desalinizzazione, con periodico ricambio dell’acqua e costante controllo della conducibilitàed acidità della medesima.

Successivamente il trattamento delle due sculture si è forzatamente differenziato date le diverse situazioni, il diverso stato di conservazione, e, più in generale, le differenti problematiche da affrontare. Riportiamo in questa sede una descrizione dell’intervento condotto sul torso virile, comunemente noto come torso di Brindisi.

Torso di Brindisi

Fig.2 – Condizioni del torso al momento del ritrovamento.

Per la scultura fu appositamente progettata e realizzata, presso il Centro stesso, una vasca munita di un carrello elevatore oleopneumatico (Fig.3) che permettesse di operare sul reperto mantenendolo il più possibile immerso, o comunque bagnato. Tale scelta, deliberata fin dall’inizio, fu motivata da due principali ordini di ragioni: in primo luogo, un essiccamento incontrollato delle spesse e voluminose concrezioni ed incrostazioni calcaree, avrebbe potuto causare, nel ritiro, danni al metallo, ove presenti cricche e fratture; in secondo luogo, e nella stessa ottica di precauzione, nell’intento di attutire e ridurre le vibrazioni e le scosse causate dagli strumenti.

Torso di Brindisi
torso5
torso di brindisi

Fig.3 – Immagini della vasca appositamente costruita, munita di un carrello oleopneumatico e del torso all’interno della stessa.

Operando quindi secondo questa metodologia, sono iniziati i saggi di  pulitura procedendo dalle parti più ricoperte dalle masse calcaree originate sia da organismi marini che  da  sedimenti  inorganici;  la  prima,  sommaria  pulitura,  effettuata  con   microscalpello pneumatico, interessava la mano (la cui posizione era pressoché illeggibile) (Fig.5), quindi il fianco sinistro, ove veniva asportato un volume di madrepora particolarmente consistente, la zona pubica, ove si evidenziava ex novo la resa del pelo, ed infine il fianco destro. Durante questi interventi, secondo la metodologia sopra esposta, quando il reperto veniva tenuto emerso, si provvedeva a bagnarlo costantemente con un sistema di pompaggio che riciclava l’acqua demineralizzata della vasca.

torso di brindisi

Fig.4 a) particolare di incrostazione.

torso di brindisi

b) le incrostazioni sopra e all’interno del torso.

torso di brindisi
torso di brindisi

Fig.5 – Particolare della mano prima e dopo la preliminare sommaria pulitura effettuata con microscalpello pneumatico.

Successivamente, l’intervento di sgrossatura si è spostato sul collo della scultura (Fig.6), ingombro di grosse masse calcaree, e si è iniziato quindi lo svuotamento del collo medesimo, che si presentava, come tutto l’interno del torso, ripieno di un volume, più o meno coerente, di depositi e sedimenti marini. L’opera di pulitura preliminare è proseguita poi sulla parte posteriore, pure abbastanza laboriosa, affrontando infine lo svuotamento totale dell’interno, effettuato con vari tipi di martelletti e getti d’acqua. Mentre il  grosso  del riempimento risultava abbastanza incoerente, quindi di facile asportazione, maggiori difficoltà presentava la rimozione delle incrostazioni che ostruivano l’imbocco della cavità del braccio.

Torso di Brindisi


Fig.6 – Pulitura della zona posteriore del torso

Ottenuto ciò, si poteva procedere all’esplorazione dell’interno del medesimo, ed al suo svuotamento fino alla mano compresa, operazione non facile, ma efficacemente risolta mediante l’impiego di piccole frese (alcune delle quali realizzate appositamente), azionate a distanza con un flessibile; la loro opera era guidata e documentata costantemente da una microtelecamera corredata da fibra ottica, che permetteva di seguirne l’impiego sul videomicroscopio.

Il materiale, recuperato mediante aspirazione, nel corso dello svuotamento di questa parte —svuotamento reso comunque necessario dalla riscontrata presenza di focolai attivi di corrosione ciclica—già ad un primo esame autoptico mostrava residui dell’originaria terra di fusione.

A questo punto dell’intervento, il torso di Punta del Serrone appariva ad un buon livello di leggibilità (Fig.7). Si tratta chiaramente della parte superstite di una figura virile in età matura, nuda, ma in origine panneggiata intorno al bacino; il contorno inferiore è infatti quello dell’antico assemblaggio con il panneggio. Il braccio sinistro mancante risulta spezzato sull’originaria saldatura; la scultura appare essere stata infranta intenzionalmente, come mostrano segni evidenti di schiacciamenti, perforazioni e fratture, indotti in età antica da strumenti contundenti. Malgrado la frammentarietà, comunque, e le cricche e fratture presenti soprattutto intorno al collo e sul dorso, lo stato di conservazione appare discreto, con patine di differente colore dovute a prodotti di corrosione diversi, ma mediamente abbastanza stabili.

torso di Brindisi
torso di brindisi

Fig.7 – Il torso nelle fasi finali della pulitura.

Già l’esame autoptico, inoltre, poi confermato dalle analisi, suggeriva una fusione effettuata con buona lega binaria rame — stagno, ed ottima tecnica, con rifiniture molto curate, quali ad esempio la saldatura del braccio destro ed i relativi tasselli. Tutte tali caratteristiche sembrano avvalorare, dal punto di vista della tecnica di fabbricazione, l’attribuzione della scultura, adombrata su basi stilistiche dai primi editori del rinvenimento, ad un’epoca non posteriore all’Ellenismo.

A questa fase dell’intervento è anche corrisposta una prima, ampia campagna di documentazione analitica; oltre all’esame radiografico, che ha subito permesso di acquisire sia dati relativi alla tecnologia di fabbricazione, che quelli necessari all’accertamento dello stato di conservazione della matrice metallica, indispensabili per il proseguo dell’intervento conservativo, sono stati effettuati i prelievi e gli esami finalizzati a tutte quelle analisi chimico—fisiche.

La pulitura definitiva è stata condotta, sempre per via meccanica, mediante bisturi ed ablatore con specillo a ultrasuoni, spesso, nuovamente con l’ausilio di caduta di acqua demineralizzata. L’intervento è stato esteso anche alle superfici interne, non solo a fini conservativi, ma anche perché in tale parte più che altrove sono meglio leggibili alcuni dati relativi alla tecnologia antica di fabbricazione, ed in particolare al trattamento delle cere.

Tali operazioni hanno inoltre messo meglio in luce le fratture e microcricche presenti sulla parte superiore del torso, già individuate nell’indagine radiografica: ciò ha consigliato, a scopo cautelativo, alcune limitate integrazioni di rinforzo, eseguite, come d’uso, con materiali totalmente reversibili.

In quest’occasione si sono pure potute osservare, tra il collo e la clavicola destra della scultura, due lettere greche incise a freddo sul bronzo, dopo la fusione mediante uno scalpello, sul significato ed interpretazione delle quali occorrerà approfondire gli studi.

Contemporaneamente a tale fase operativa, una lunga e paziente ricerca, condotta in collaborazione con l’Istituto Centrale per il Restauro di Roma e con la Soprintendenza Archeologica per la Puglia sui reperti restanti del complesso da Punta del Serrone, ed eseguita sulla base dell’esame delle caratteristiche tecniche dei bronzi, ma anche mediante il confronto diretto di calchi appositamente realizzati, portava ad accertare la pertinenza al torso di una testa, già oggetto a Roma di intervento conservativo.

La testa, le cui caratteristiche di conservazione differiscono notevolmente da quelle del torso a causa evidentemente delle diverse condizioni di giacitura sul fondale marino, rappresenta un volto di adulto, dai nobili tratti, austero ma volitivo, con barbula apparentemente limitata alle guance.

La sua ricongiunzione con il torso permette ora di valutare la scultura nell’insieme  delle sue caratteristiche principali: se, infatti, il torso da solo poteva, per i suoi aspetti stilistici, essere datato a partire dalla fine del IV secolo a.C., la testa fa collocare con decisione la scultura, così come ci è pervenuta, non prima degli inizi del IV secolo. In uno studio preliminare, Paolo Moreno identifica nella figura il console Lucio Emilio Paolo, che, vincitore a Pidna, nel 168 a.C., sull’usurpatore macedone Perseo, pose le basi per la definitiva acquisizione della Grecia al dominio romano.

torso di Brindisi
Torso di Brindisi
torso di brindisi

Fig.8 – Il torso pulito e completato con la testa.

Al termine dell’intervento, infine, si è provveduto a realizzare, nelle officine del Centro di Restauro, un supporto per la scultura, progettato in modo da tener conto delle delicate problematiche strutturali del pezzo, che permetta finalmente al pubblico, ma anche agli studiosi che dovranno approfondire l’esame storico—artistico della scultura, una chiara e corretta lettura, anche estetica, di essa, cosa possibile solo —come insegna un’ormai larga esperienza in merito— con la riacquisizione, da parte del monumento, dell’originaria e naturale sua posizione.

febbraio: 2020
L M M G V S D
     
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
242526272829